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Note di copertina di Maria Pia De Vito

“Quando, ormai qualche anno fa, sentii cantare Elisabetta per la prima volta, accompagnandola al piano su uno standard jazz, pensai che quella era un’allieva speciale: aveva già un bel di fraseggio, un suono coerente, una grande passione per gli standard del jazz… ma il suo obiettivo andava ben oltre se stessa e il suo successo. Aderì totalmente alla mia filosofia, alla cosa banale e brutale che dico da sempre ai miei allievi: per essere cantante di jazz, in pieno godimento delle tue prerogative, devi essere una musicista completa. Suonare il piano, conoscere l’armonia, conoscere la tradizione del jazz, essere consapevole della contemporaneità musicale in tutte le sue forme, scrivere i tuoi brani, o almeno rileggere ciò che interpreti. E, nel tempo, trovare la tua voce.

La sua modestia e la sua caparbietà hanno fatto di lei nel giro di pochi anni una insegnante capace, una cantante raffinata ed una compositrice ed arrangiatrice di talento, come potrete sentire in questo suo primo lavoro discografico, molto atteso da me e dai tanti colleghi che la conoscono e la stimano.

Un minuto dopo è un primo disco straordinariamente maturo, pieno di cura e di invenzioni compositive, esaltate dalla scelta di un organico drumless, e da due compagni di viaggio quanto mai adatti a questo compito: Alessandro Gwis, a suo agio su ritmiche complesse, latine e non, quanto su atmosfere spaziose, col suo tocco impeccabile e risonante, e le sue pennellate elettroniche discrete e stranianti; e Gabriele Coen, col suo clarino bruno e pastoso, a suo agio nel ruolo ritmico quanto in quello solistico, nell’improvvisazione melodica che in quella umoristico-rumoristica.

Infine, ospite d’onore, il meraviglioso Paul Mc Candless, il cui inconfondibile, siderale oboe apre il disco, con un intro lirica su “Cerco il mare”, prima notevole composizione di Elisabetta. Ma troverete poi ”Lungo la strada”, “Un minuto dopo” (ascoltate che delizia il solo di Gwis, che interrompe il flusso ritmico, suggerendolo e richiamandolo a contrasto nelle ottave alte del piano, e l’ingresso rilassato e mellifluo di Coen… una gioia nella gioia), brani che mostrano la sua destrezza melodico -ritmica, soluzioni armoniche mai scontate o prevedibili. E poi La Ballata dell’Alfiere, e Out of the rolling Ocean, splendida interpretazione in musica di una poesia di Walt Whitman, mostrano d’altro canto la sua conoscenza di quella scuola di jazz europeo che trova in Kenny Wheeler uno dei fari, col suo uso sapiente di melodia e contro-melodia, …e che lusso favoloso avere l’oboe di Mc Candless, a sostenere e colorare con la sua classe infinita le delicate campiture sonore descritte dalla voce.

Ma Elisabetta è capace anche arrangiamenti complessi ed originali. Chi accosterebbe l’originale Leo Rising di Frank Foster a questa rilettura fuori dalle cornici del fastbop? Il trattamento cui Elisabetta lo sottopone ne impreziosisce gli aspetti melodici, e ne esalta i fraseggi velocissimi donandogli un fondale spazioso, in cui i suoi magnifici compagni di viaggio, intessono una trama preziosa allo splendido assolo al soprano di Mc Candless. E infine la rilettura di quattro brani del nostro grande Enrico Rava, melodie a molti di noi care, e conosciute da tempo, che godono di una luce differente, nelle interpetazioni sentite di Elisabetta sui testi profondi e immaginifici della autrice Marina Tiezzi. 

Una vocalità precisa, delicata e autorevole allo stesso tempo, che accarezza le note e le parole. L’intonazione impeccabile, il colore soffiato delizioso, che ritroviamo infine in Alice in wonderland, che chiude dolcemente questo disco denso con un omaggio agli standard del jazz che ben conosce ed ama.

“Un minuto dopo“ è il primo passo nella carriera artistica di Elisabetta, che prevedo – e le auguro – sia lunga e fruttuosa. Ecco un primo ritratto di una artista in continua evoluzione e ricerca. Enjoy”

Intervista Elisabetta Antonini a cura di Raffaella Ceres

Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e la sua lunga e bella chiacchierata ci ha fatto scoprire un amore per la musica e la cultura della beat generation che si è reso concreto grazie al suo originale progetto artistico che non smette di entusiasmare.

Elisabetta Antonini ha presentato recentemente presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, il suo “The Beat Goes On” ed è stato un sold out per una serata dedicata alla musica ed alla letteratura.

Questo aspetto multidisciplinare del lavoro della brava Elisabetta Antonini è il frutto di un’attenta ricerca che l’artista ha compiuto e che, ci permette un ascolto più consapevole del disco stesso.

 

“The Beat goes on” e girerà tutto il mondo! Possiamo iniziare così la nostra intervista? Un album che promette grandi soddisfazioni Elisabetta e che a nostro parere, merita una particolare attenzione.

Come ci si sente ad essere il Miglior Nuovo Talento secondo quanto votato dalla critica nel referendum della rivista Musica Jazz?

Questo premio arriva inaspettato sebbene sperassi che il mio disco suscitasse una discreta attenzione da parte della critica. Mi sorprende abbiano voluto premiare me come Miglior Nuovo Talento ben sapendo quanti giovanissimi virtuosi siano ogni anno in lizza. Voglio quindi considerare la vittoria del Top Jazz come un riconoscimento al mio ruolo di musicista più che di cantante, un premio artistico alla mia creatività, per aver progettato qualcosa che ambisce ad essere di fuori dagli schemi e per aver combinato in modo personale jazz e poesia.

Inoltre, il fatto che la critica abbia incoraggiato un lavoro che si ispira alla poesia, peraltro fortemente suggestiva e inquieta come quella della Beat Generation, mi fa pensare non solo che ci sia ancora un interesse vitale verso il mondo e la cultura beat, ma che sia ben apprezzata l’occasione in cui il jazz si faccia veicolo e canale espressivo di contenuti.

 

Sei la prima artista italiana che l’etichetta inglese, Candid Records, inserisce nel suo catalogo. Come ci si sente?

La collaborazione con Alan Bates è nata sotto una buona stella perché ho spedito a lui e ad un manipolo di produttori stranieri il mio The Beat Goes On, nell’idea che un prodotto di ispirazione letteraria in lingua inglese avrebbe convinto maggiormente all’estero, ma ho fatto questo senza avere alcuna previsione o aspettativa. Quando già ero sul punto di firmare con una etichetta italiana, Alan mi ha chiamata diverse volte attratto dalle soluzioni musicali ed espressive che avevo scelto per il disco di cui voleva conoscere i dettagli, e ha voluto che firmassi con la Candid a tutti i costi, ripagandomi col suo interessamento di tutto lo sforzo non solo creativo che avevo fatto fino a quel momento. Mi sento fortunata ad avere alle spalle un produttore di tale esperienza e lungimiranza, che gode di tanto rispetto nell’ambiente discografico delle etichette indipendenti. Ha prodotto grandissimi artisti e musicisti che ho sempre ammirato. Persino Thelonious Monk ha fatto il suo ultimo disco con la Candid!

 

Parliamo prima un pochino di te e della tua passione per la musica. Cosa ha rappresentato questo tuo percorso di vita e di artista

Posso dire che se l’istinto verso la musica è stato precoce ed evidente fin da quando ero minuscola, il mio percorso verso una vita da musicista è stato lungo, tormentato e tortuoso. Come tanti altri ho intrapreso degli studi in un altro campo portandoli avanti insieme a quelli musicali, per poi scoprire dopo anni, che non avrei potuto in alcun modo rinunciare alla musica, per nessuna professione al mondo. Questo taglio netto ha contribuito a fare di me una musicista volitiva e determinata, che agisce sotto il segno della ricerca e della concretezza, che vive in maniera totalizzante qualcosa che per lungo tempo ha solo desiderato. La musica mi confronta continuamente con i miei limiti ma al tempo stesso accende uno slancio enorme verso il loro superamento, e questa per me è una condizione di vita assolutamente privilegiata.

 

Perché, secondo te quello della Beat Generation è stato un tempo unico? Credi possa esistere un momento sociale e musicale più contemporaneo in grado di ricalcare quella sensibilità sociale? 

Credo che molti dei contenuti dei beat abbiano senso oggi e ci ricordino l’importanza di rifuggire l’omologazione, la globalizzazione, l’appiattimento culturale, la schiavitù verso la società consumistica e narcotizzante, per tornare ad una spontaneità e ad una unicità che ha in se il senso più profondo della libertà e della dignità umana, spesso percepite come destabilizzanti e perciò spaventose. E’ molto diverso il contesto culturale però in cui questi contenuti possono oggi risuonare o nella migliore delle ipotesi sedimentarsi. Sulla scia del movimento controculturale che la Beat Generation ha avviato, i giovani degli anni ’60 erano ormai pronti per una rivoluzione culturale e soprattutto erano uniti nella speranza di poter cambiare il mondo. Oggi siamo approdati ad un individualismo esasperato, non è pensabile sentirsi parte di qualcosa o muoversi con un intento comune. Anche musicalmente si è giunti a fenomeni artistici di grande spessore e valore culturale che spesso si perdono nel mare magnum proposte, affossate da un consumo e da una comunicazione troppo veloci e distratte, che impediscono a mio avviso l’emergere di un movimento di massa di quelle proporzioni.

 

Il tuo disco riunisce anche una bella squadra di artisti del jazz italiano. Come sono nate le diverse collaborazioni? Puoi presentarci i tuoi compagni di viaggio? 

I miei compagni di viaggio sono stati accuratamente scelti e volutamente assemblati anche se non avevamo mai lavorato assieme. Luca Mannutza, al pianoforte, è tra di loro l’unico col quale avevo una collaborazione aperta, mentre gli altri, Francesco Bearzatti al sassofono tenore e al clarinetto, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria, sebbene mi fossero noti per il loro approccio creativo e la loro personalità artistica assolutamente inconfondibile, sono stati una felice “prima volta”. Non avevo dubbi sul fatto che si sarebbero lasciati coinvolgere dalle atmosfere di queste poesie beat, cariche di vissuto e così dissacranti, ma mi sono sorpresa per la grande sensibilità che hanno dimostrato nel sintonizzarsi al mood poetico e per l’intensità espressiva del gruppo, oltre che di ciascuno di loro, sebbene non avessero mai suonato quel materiale.

 

Molti dei brani proposti nell’album sono originali e scritti da te. Quanto ti ha impegnato questo progetto, quando compone Elisabetta e cosa vuole raccontare con la sua musica? 

La parte creativa è la fase che di questo lavoro mi ha coinvolto maggiormente dal momento che ho dovuto dare una precisa struttura al lavoro, scegliere il materiale poetico, gli inserti audio d’epoca con le voci dei vari beat e decidere come accostare tutto questo alla musica. Questo mi ha permesso di esprimermi totalmente nella scelta dei temi, dei contenuti, delle atmosfere, dei luoghi da evocare, dei personaggi da richiamare, e ha fatto si che molto naturalmente decidessi di scrivere la maggior parte delle tracce del disco per trovare una corrispondenza musicale a questi scorci sulla Beat Generation. E’ stato inoltre inevitabile ma altrettanto creativo, decidere di inserire anche della musica non mia che avesse però un importante valore all’interno del progetto e del mondo dei Beat. Nei miei lavori, sia da interprete che da compositrice, mi muovo sempre con il proposito di suggerire dei mondi, evocare immagini, stati emotivi, accompagnare l’ascoltatore in un viaggio visionario, quasi cinematografico, attraverso le storie e i personaggi che racconto.

 

Cosa ti ha fatto innamorare del jazz e del movimento della Beat Generation? 

Amo il jazz da molto prima di conoscere la Beat Generation, per la libertà stilistica che gli è propria, per il carattere confidenziale, spontaneo, condiviso che ha ogni progetto musicale jazz e per la forza espressiva e l’unicità dei suoi protagonisti, portavoci di un mondo e di un’epoca che mi affascinano incredibilmente.

La Beat Generation arriva molto dopo nel mio percorso, prima dalla lettura di qualche romanzo e poi attraverso un omaggio a Fernanda Pivano, traduttrice, amica e confidente di questi poeti, in cui decisi di accostare della musica ad alcuni passi della produzione beat che mi avevano profondamente colpito. Quando ho deciso di occuparmi di un nuovo progetto discografico ho sentito il richiamo di quelle poesie, il desiderio di riproporle attraverso il mio sguardo, e di congegnare un vero e proprio omaggio a questa pagina di letteratura americana e ai suoi protagonisti tanto leggendari.

 

Il tuo è un lavoro che potremmo definire sperimentale perché contenitore a sua volta di molti linguaggi sperimentali. Dalle tecniche sonore utilizzate, alle poesie dalle quali hai tratto spunto.

Si legge di te che credi nella “consapevolezza dell’uso della tecnologia al servizio del progetto”. Puoi spiegarci?

In questo progetto ogni brano ruota attorno ad un tema rappresentativo del mondo beat e utilizza il materiale sonoro per ricreare la scena, il setting, la storia, il luogo narrato o che io ho immaginato. Utilizzando materiale molto vario sia per contenuto che per forma, ho scelto infatti estratti di conferenze o di reading, poesie o passi di romanzo, mi è stato piuttosto naturale utilizzare diverse sonorità e affidarmi a vari linguaggi stilistici, funzionali ad esprimere al meglio le luci e le atmosfere del materiale poetico. Non sono ferrata in nuove sonorità e non ritengo di aver fatto un lavoro sperimentale perché tutto ciò che ho scritto, cantato e realizzato con i musicisti, è facilmente identificabile in un universo sonoro del presente e del passato. Mi sono affidata alla tecnologia del live eletronics per filtrare la voce e avere una gamma espressiva più ampia per cui a tratti il canto diventa sintetico a tratti estraniante, tutto questo per dare maggiore risalto alle parole.

 

A chi dedichi il tuo album?

Dedico questo album a Jack, Allen, William, Gregory e Lawrence, gli “illuminati”, al loro coraggio, alla loro lungimiranza. “Santi” loro e “la soprannaturale ultra brillante intelligente sensibilità della loro anima”!

 

Prevedi un tour in Italia e all’estero?

Si, ci saranno delle date importanti di presentazione in Italia, prima tra tutte il 19 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, la mia città, e stiamo lavorando per pianificare dei concerti all’estero, grazie anche alla produzione inglese.

 

Hai un pensiero musicale da dedicare a chi ama la tua musica che vorresti condividere con noi?

La musica è strettamente connessa all’esercizio del proprio potenziale creativo, più la si ascolta o la si fa, più si sta bene perché ci si esprime. Vorrei quindi condividere una riflessione provocatorio ma potente della giornalista scrittrice Brenda Ueland in cui da poco mi sono imbattuta: “Perché mai dovremmo utilizzare tutto il nostro potenziale creativo? Perché non vi è nulla che rende le persone così generose, gioiose, audaci e compassionevoli, così indifferenti alla guerra e all’accumulare oggetti e denaro”.

Grazie e buon lavoro!

http://www.06live.it/?p=64050

The Beat Goes On Scritto da Roberto Dell'Ava

“L’idea è nata dopo una serata in cui mi chiesero di rendere omaggio a Fernanda Pivano, traduttrice e amica di molti personaggi chiave del mondo beat – ci dice Elisabetta Antonini -: certo, avevo già letto diverse cose, ma in occasione di quello spettacolo ho potuto conoscere meglio questo universo. ”

“È un live di ispirazione letteraria, per questo ho inserito le voci dei protagonisti dell’epoca. A volte queste voci sono stranianti, a volte sono di commento, a volte prendono la strada di una fitta conversazione. Un mondo sonoro ispirato a quei luoghi, a quei personaggi”.
Un progetto ambizioso quello di Elisabetta Antonini ma dopo ripetuti ascolti devo dire che è ampiamente centrato. L’album uscirà il 22 settembre ma già da qualche anno Elisabetta porta in concerto questa raccolta di originals e di brani famosi (Horace Silver, Joni Mitchell, Dave Douglas, Bob Dylan e Thelonious Monk).
I musicisti che la accompagnano (Francesco Bearzatti, Luca Mannutza, Paolino Dalla Porta e Marcello Di Leonardo) formano un gruppo sodale e calibrato e nel compact la voce di Elisabetta si interseca alle voce originale dei poeti della beat generation. Leggendo le note di copertina prima dell’ascolto qualche perplessità sull’operazione mi si era affacciato alla mente, invece l’album scorre limpido e omogeneo ed il lavoro di editing è pertinente ed efficace.
I brani, sia quelli composti dalla leader che quelli di Silver, Monk e Douglas, vedono come testi gli scritti di Kerouac, Ginsberg, Corso e Borrough e la commistione appare particolarmente felice. On the Road, For Miles e Requiem for Charlie Parker sono dei piccoli gioielli che ad ogni passaggio nel lettore sprigionano umori nuovi e timbri e colori peculiari ad un album di forte ispirazione letteraria.
Un ottimo lavoro di selezione del materiale, di arrangiamento e di utilizzo della tecnologia. Nessun sentore di tributo, ma una visione del tutto personale, irrobustita dalla presenza di musicisti di valore assoluto.
Il compact esce per l’etichetta Candid Records di Alan Bates ed Elisabetta Antonini è la prima musicista italiana ad incidere per lui. Sicuramente tra i migliori album italiani dell’anno.

http://www.traccedijazz.it/index.php/recensioni/26-recensioni-discografiche

Recensione di Alceste Ayroldi per Jazzitalia

C’è tutto. C’è tutta la memoria di un periodo storico, artistico, culturale inimitabile: quello della Beat Generation. E c’è con anche i protagonisti, alcuni di quelli che segnarono gli anni Cinquanta e Sessanta degli Stati Uniti e di buona parte dei paesi del mondo che avevano avuto il buon senso di capire il cambiamento. Elisabetta Antonini, nelle sue annotazioni nel booklet interno (le liner notes sono firmate da Sheila Jordan, mai sentita così entusiasta), parla di “un’eredità inestimabile per la gente della sua generazione”. Vero, verissimo e si vede quanto la cantante e compositrice italiana abbia studiato, ricercato e lavorato con coscienza filologica e particolare acume, costruendo un percorso di pregio artistico e culturale. Lo fa già dalla scelta dei compagni di viaggio, tutti stretti intorno al progetto, musicisti che non fanno la loro apparizione a buon mercato: Francesco Bearzatti che si alterna al sassofono tenore e al clarinetto a seconda della voce da fare, ora bollente e carezzevole, ora acuta e schiaffeggiante; Luca Mannutza apre e chiude le tessiture e infiocchetta degli assolo netti e puri; Paolo Dalla Porta detta i tempi e costruisce armonie ed espressioni illuminanti; Marcello Di Leonardo sottolinea gli scambi, inventa soluzioni ritmiche cangianti anche nei momenti più soul del disco. La leader è impeccabile: la sua voce è espressionistica, frizzante, torrida e perfettamente allineata al controcanto virtuale di Jack Kerouac in “Cookin’At The Continental” o di Gregory Corso in “Requiem For Bird Charlie Parker“, così come quando sono le sue note vocalizzate a fare da contraltare alla sempre stupefacente “Howl!” di Allen Ginsberg.

L’idea di lasciar suonare le voci dei protagonisti della Beat Generation è vincente, alla stregua delle composizioni della Antonini, che recupera il suono di quegli anni lasciandolo travolgere dalla sua freschezza espositiva, liberandolo dalla inevitabile ruggine con scelte ritmico-armoniche pronte, immediate ed effervescenti. Lascia nelle mani di cinque eccellenze altrettante composizioni: “Cookin’ At The Continental” di Horace Silver, “Orujo” di Dave Douglas, “Woodstock” di Joni Mitchell, “Well You Needn’t” di Thelonious Monk e una delle canzoni simbolo degli anni Sessanta, “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan. Il resto è tutta farina del suo sacco, così come gli arrangiamenti ottimamente curati che non lasciano nulla al caso, ma sicuramente si affidano alla fervente immaginazione e creatività della Antonini.

Un disco, un progetto, un lavoro di ricerca e di passione: merce rara di questi tempi.

Alceste Ayroldi per Jazzitalia

http://www.jazzitalia.net/recensioni/thebeatsgoeson.asp#.XJUgELvsbIU

Intervista Pollock Project di Alceste Ayroldi per Musica Jazz

Pollock Project è il progetto artistico che coinvolge Marco TestoniElisabetta Antonini e Simone Salza. Ne parliamo con loro.

 

Innanzitutto, perché proprio Jackson Pollock?

M.T. C’è più di un motivo. Quando il trio è stato fondato cercavo un nome che identificasse immediatamente il nostro interesse verso le arti visuali. Jackson Pollocknon è stato solo un grandissimo innovatore ma anche, come è noto, un artista con un rapporto strettissimo con il jazz. Non era solo un ascoltatore perché il jazz era soprattutto lo sfondo musicale che indirizzava il ritmo della sua action painting. E inoltre non era neanche un semplice consumatore perché il suo rapporto con il jazz scatenava la sua azione creativa, una relazione del tutto simile a quella che c’è tra danzatore e musica. Pollock Project nasce dall’idea di correre lungo questo percorso ma in senso contrario: dall’immagine alla musica.

 

Come è nato il progetto?

M.T. La prima formazione, che oltre me vedeva Nicola Alesini e Max Di Loreto, partiva proprio dall’idea di lasciarsi ispirare dal lavoro di una serie di artisti visuali: da Marcel Duchamp agli squatter francesi di Rivoli 59 fino ad arrivare alla collaborazione con artisti contemporanei come Victor EnrichAntonia CarmiMark Street e Istvan Horkay(collaboratore di Peter Greenaway). Abbiamo prodotto quindi non solo musica ma anche molti video che vengono tuttora proiettati durante i nostri concerti. Ricordo in particolare Unnecessary dedicato al Dada che ho diretto insieme a Lorenzo Botticelli e Unbalanced ispirato alle «architetture impossibili» del fotografo catalano Victor Enrich. In quel periodo ci siamo permessi il lusso di passare tantissime ore in sala prove sperimentando soluzioni e alla fine abbiamo iniziato a lavorare con una tecnica molto simile a quella del dripping di Pollock che lasciava sgocciolare la sua pittura sulle tele. Noi invece improvvisavamo su video e loop elettronici ispirati dai lavori o addirittura dalla voce di un artista. Come nel caso di una nostra versione di In A Silent Way dove nella tessitura del loop abbiamo inserito l’audio di un’intervista con la voce di Jackson Pollock stesso. Attualmente con il nostro terzo disco ci siamo presentati con una nuova formazione che oltre al sottoscritto (pianoforte, handpan, batteria e programming) vede Elisabetta Antonini (voce e live electronics) e Simone Salza (sax soprano e clarinetto). Sono musicisti con un percorso artistico di grande valore ma soprattutto sono entrambi particolarmente duttili e disponibili alle più disparate, e a volte stravaganti, sperimentazioni che gli propongo. Con Simone Salza condivido il mestiere di musicista per il cinema, lui come strumentista ed io come compositore e music supervisor. Con Elisabetta invece condivido una visione aperta ed interattiva del jazz, ritengo il suo ultimo album «The Beat Goes On» una delle perle discografiche del jazz italiano dell’ultimo decennio.

 

Cosa è il visual jazz?

M.T. Il matrimonio tra il jazz contemporaneo e le arti visuali. Nel caso specifico di Pollock Project però ci metterei anche dentro anche una vocazione all’esplorazione di contesti musicali extra-jazz.

 

Qual è l’obiettivo che vi prefiggete?

M.T. Dialogare con le arti attraverso il suono. Cercando sponde e interazioni a tutto campo con performer e artisti visuali. Il jazz ha questa doppia anima sia ricercata che popolare che si adatta naturalmente all’arte contemporanea e alla sinestesia. In questo momento sono molto interessato a come declinare la mobile art in musica, un movimento artistico che si esprime soprattutto nella fotografia ma che potrebbe avere degli sviluppi molto interessanti anche in un contesto musicale.

 

Quanto spazio dedicate all’improvvisazione e quanto è scritto?

M.T. Non esiste una regola vera e propria perché dipende dal progetto. Quando ad esempio la nostra musica è legata allo scorrere di un video abbiamo dei cue che stabiliscono l’ingresso di una parte scritta o magari, al contrario, la fine di un’improvvisazione. Ciò che è sempre evidente è che per interagire con immagini, loop e voci registrate occorre una disciplina ed un controllo notevole che a volte ci porta inevitabilmente fuori dal territorio della pura improvvisazione. Infatti, al contrario di quello che si può pensare, già dai i nostri primi dischi molte parti erano scritte.

 

Per alcuni jazz ed elettronica non dovrebbero coesistere. Qual è il valore aggiunto dell’elettronica associata al jazz?

E.A. Fatico a considerare una posizione così netta quando si parla di musica, arte, cultura. La mia esperienza di fruitrice del jazz, prima ancora che di musicista, mi fa dire che questa musica è per natura ibrida, frutto di commistione, difficile da definire e da confinare in precisi perimetri stilistici. In questi ultimi quarant’anni abbiamo visto nascere progetti in cui il jazz è contaminato dalla musica contemporanea, dal folklore, dal pop, dal cantautorato, perciò trovo molto naturale che possa essere accostato in alcuni casi anche all’elettronica. Inoltre, elaborare e filtrare estemporaneamente materiale musicale o la propria improvvisazione, è una ulteriore possibilità espressiva del musicista di oggi, un mezzo per concepire in modo nuovo l’arrangiamento e la composizione, che non danneggia il jazz di sempre, non ne rifiuta o corrompe l’essenza, semmai la esplora ulteriormente e la reinterpreta.

M.T. Per me l’elettronica non è che uno strumento che il nostro tempo ci ha messo a disposizione. Nessuno è costretto ad usarla nell’organico strumentale dei propri lavori musicali così come accade per un qualsiasi altro strumento. Ma metterla aprioristicamente al bando mi sembra una presa di posizione piuttosto ridicola. Mi ricorda la situazione storica che si creò nel cinema dopo l’avvento del sonoro dove molti registi rimpiangevano i bei tempi del muto affermando che solo quello era il vero cinema. Mi sembra però evidente che la storia non gli abbia dato ragione. Nel bene e nel male il futuro ha sempre ragione.

S.S. Vedo il jazz come una forma musicale in continua evoluzione, i maggiori esponenti ne sono i testimoni. A mio parere vedo l’utilizzo dell’elettronica un valore aggiunto pur rispettando le fondamentali della forma. Nel rispetto della tradizione, che è il punto di partenza obbligato a chi si avvicina a questo fantastico mondo.

 

È questo il futuro del jazz?

M.T. A prescindere dall’elettronica il futuro del jazz dipende da come i musicisti lo immagineranno e lo realizzeranno. Non credo che restare ancorati al glorioso passato sia una buona strada perché alimenta solo l’autoreferenzialità, che è la vera malattia endemica di certo nostro jazz nostrano. La storia parla chiaro, fin quando il jazz si è trasformato assimilando liberamente quello che aveva intorno a sé (compresa l’elettronica) tutto è andato per il meglio. Posso fare tanti esempi che vanno da Miles Davis a Herbie Hancock, da Jon Hassell a Nils Peter Molvær e l’elenco potrebbe continuare se ci mettessi dentro anche i nomi di artisti attualmente poco conosciuti ma interessantissimi. Mi piacerebbe perciò vedere in giro più festival e manifestazioni dedicate al jazz nelle sue espressioni più innovative ma sfortunatamente vedo invece sempre meno spazio per il jazz in generale. Forse cambierebbe qualcosa se sparigliassimo le carte?

 

Vi ritenete dei visionari?

M.T. La musica che suoniamo indica di sicuro questa attitudine. Immaginare nuove forme musicali che seguono traiettorie anomale e sorprendenti è secondo me sempre una buona cosa. Poi come al solito i risultati possono piacere o meno, ma è un altro discorso. Penso che in un momento storico come questo suonare musica «visionaria» è una precisa manifestazione d’intenti, non solo artistici.

 

Quali sono i vostri riferimenti stilistici?

M.T. Vado a 360°: Sun RaMiles DavisJohn ColtraneTheolonius MonkSteve ReichDavid LangFrank ZappaBrian EnoMarcel DuchampAntoni GaudìAlejandro JodorowskyFederico FelliniTerry Gilliam, la Beat Generation e naturalmente Jackson Pollock. Artisti molto diversi ma con la medesima inclinazione a voler sempre alzare l’asticella della propria creatività e immaginazione.

E.A. Per il mio nutrimento musicale trovo necessario ascoltare cose molto distanti tra loro e in questo periodo cerco soprattutto artisti e compositori diversi e spesso lontani dal jazz, di cui ammiro lo spessore e la sensibilità musicale proprio al di là delle considerazioni stilistiche. L’idea di fondo è proprio allontanarmi dall’avere dei riferimenti, cercare di non aderire troppo ad una estetica riconducibile stilisticamente a qualcuno che abbia già esplorato una certa direzione musicale, spesso magistralmente.

S.S. Mi è sempre piaciuto spaziare da un genere musicale all’altro, posso dire che i miei riferimenti stilistici partono dalla musica classica, passano poi per il be bop, subito dopo l’hard bop fino alle più attuali forme e tendenze musicali.

 

Nel vostro ultimo lavoro discografico, troviamo anche i Sigur Ros. Attingere dal canzoniere pop-rock-soul è una pratica che si fa sempre più largo. Pensate che sia un problema causato da una crisi del jazz che non offre più composizioni degne di nota?

M.T. In realtà in ogni disco ci occupiamo di una nostra personale rilettura di brani del patrimonio jazzistico a noi congeniali (Coltrane, Sun Ra, Davis) e la lista non è esaurita. Ma in questo album sentivamo l’esigenza di guardare a qualcos’altro. In questo senso non ritengo i Sigur Ros un gruppo né pop né rock perché sono andati molto oltre questo genere di etichette. Credo che la loro musica ed il loro progetto artistico sia appunto di natura visionaria e di conseguenza affine al nostro. Abbiamo affrontato questa interpretazione di Varuo non come un’operazione a tavolino ma con lo stesso rispetto, artistico e non filologico, con il quale nello stesso disco abbiamo suonato Naima di Coltrane. Cioè come se fosse un classico, uno standard.

 

A vostro avviso, il jazz è in crisi?

S.S. Si ! ma non solo il jazz… siamo in piena crisi culturale!

M.T. È vero! Non è in crisi solo il jazz, secondo me lo è la musica e in generale la cultura. Spesso mi sembra di vivere in un supermercato dove si vendono solo 10 prodotti ripetuti e clonati all’infinito. Per troppo tempo si è confusa l’arte con l’intrattenimento con il risultato che ora stiamo affogando nel mainstream. Se il jazz continuerà a percorrere unicamente questa strada sarà difficile creare un nuovo pubblico e quello che c’è lentamente svanirà. E infine se nel cartellone dei pochi festival sopravvissuti i nomi saranno sempre gli stessi sarà ben difficile anche solo provare ad uscire dalla crisi. In generale la cultura va difesa e risvegliata con delle proposte che non tengano conto solo di un qualche tornaconto o di un’idea di business. La musica, non solo il jazz, deve immergersi senza paura nella nostra realtà, deve tornare in qualche modo a scuotere e stupire, non solo ad intrattenere. Altrimenti sarà solo un divertimento usa e getta come tanti altri.

E.A. Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. Da una parte potrei dire che la musica, e quindi il jazz, non possono entrare in crisi. Si trasformano, forse si trasfigurano ma rimangono sempre vive e vitali finchè verranno studiati, consumati, diffusi, sebbene cambino i mezzi di uso e consumo e si sia passati in poco tempo dal vinile a Youtube. Dall’altro, assisto con rammarico ad un grande cambiamento nel modo di seguire il jazz da parte del pubblico e a una grande riduzione dello spazio che questa musica ha nell’interesse collettivo. Vedo poca partecipazione nei confronti dei concerti spesso anche di nomi autorevoli del jazz, soprattutto sempre meno giovani ad assistere ai live nonostante intendano diventare musicisti e frequentino conservatori. C’è poca curiosità nei confronti delle realtà underground del jazz che a fatica sopravvivono per mancata curiosità, capacità di promozione e coraggio da parte sia degli organizzatori che del pubblico, sempre più incline ad andare ad ascoltare qualcosa che già conosce. Ci sono molti meno locali di riferimento, almeno nella mia città, in cui i musicisti possano incontrarsi, crescere e condividere, perchè il jazz si va a “vedere” a teatro o su Youtube, scalzando quella modalità di incontro e quell’energia che ne sono stati per molto tempo l’essenza e la linfa vitale. Tutto si trasforma, vedremo a quale jazz porterà la rivoluzione Internet.

 

Il progetto potrebbe prevedere anche un ampliamento nella formazione?

M.T. Certo! E’ già accaduto in passato con Cecilia Silveri al violino e Simona Colonna al violoncello e sicuramente capiterà di nuovo con altri musicisti in sintonia con Pollock Project. Abbiamo poi avuto collaborazioni con Alessandro Gwis (di cui appunto apprezzo moltissimo il lavoro con l’elettronica), Mats HedbergFederico Mosconi e Primiano Di Biase. Tutti musicisti certificati open mind.

 

Il pubblico del jazz, diciamo quello più tradizionalista, che reazioni ha alle vostre performances live?

M.T. Non saprei dire. Noi cerchiamo di presentare il nostro concerto non pensando ai gusti di chi è davanti a noi. Ciononostante credo che anche i più tradizionalisti, dopo uno spiazzamento iniziale, siano sempre incuriositi. Ad esempio, nella presentazione del nostro ultimo lavoro all’Auditorium Parco della Musicadi Roma, il pubblico era per alcuni momenti parte attiva dello spettacolo perché ripreso dai fotografi del NEM che avrebbero poi utilizzato questi scatti nella loro mostra itinerante Impossible Humans. Credo quindi che questo mix artistico e sensoriale che proponiamo catturi l’attenzione del pubblico. Anche perché il jazz è e resta comunque la filigrana di tutto il progetto.

 

Quali sono i vostri progetti, a cosa state lavorando?

M.T. Lavorando da tempo nella musica per cinema sto presentando un mio libro Musica e Visual Media (Audino Editore) proprio a proposito dell’attuale e strettissimo rapporto tra musica e immagine. Come Pollock Project stiamo invece cercando di organizzare un tour all’interno di gallerie e spazi d’arte in collaborazione con Andrea Bigiarini e gli artisti del New Era Museum per presentare The Unexpected Happening, un progetto che si compone di quattro eventi dedicati alla Mobile Art: un concerto, una mostra, un contest fotografico e un photoshooting.

Alceste Ayroldi

Intervista di Alceste Ayroldi per MUSICA JAZZ

Elisabetta Antonini è una delle più raffinate interpreti del jazz italiano, la cui prestigiosa carriera parla da sola; prima artista italiana a firmare con l’etichetta inglese Candid, premiata dalla critica nel referendum annuale di Musica JazzTop Jazz come Migliore Talento nel 2014, ha collaborato con nomi di grande rilevanza (da Paolo Fresu a Kenny Wheeler, da Enrico Pieranunzi a Vassilis Tsabropoulos e altri che affronteremo nelle righe successive), si è esibita nei principali festival jazz di tutto il mondo,

L’abbiamo intervistata in occasione del suo prossimo concerto di Venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz.

 

Quali sono state le collaborazioni cruciali della tua carriera?

Non è facile rispondere. Se devo pensare a chi mi ha ispirato, sicuramente, mi sono sempre rivolta ad interpreti con un approccio creativo al jazz, molto personale. Sono riuscita ad affinare questa sensibilità e ad approfondire lo studio di questo ambito d’interesse, senza dubbio, grazie alla frequentazione di Maria Pia De Vito, un’artista di grande valore in questo senso. Nella fase di studio, attraverso di lei ho conosciuto una serie di artisti che mi hanno profondamente illuminato sull’idea di musica che volevo realizzare, la ricerca di una musica originale, sia nel caso di mie composizioni ma anche in quello di reintepretazioni di brani altrui. Questa è la strada che ho scelto. Il mio primo lavoro registrato è stato molto particolare, frutto di una lunghissima collaborazione con Alessandro Gwis, noto come pianista degli Aires Tango, ma che ha uno spessore tale da poter essere anche un grandissimo musicista nell’ambito dell’improvvisazione e nella fusione tra musica elettronica e musica colta. Un disco, Un Minuto Dopo, dagli arrangiamenti particolari, con pianoforte e fiati, oboe e sassofono. Ho avuto la figura del grande Paul McCandless degli Oregon all’oboe e Gabriele Coen al sassofono. Gwis ha sigillato questo progetto, già di stampo europeo, con un lirismo più italiano che americano, tutta una serie di suggestioni e colori tipicamente europee.

Con Alessandro abbiamo accumulato una straordinaria esperienza dal vivo e ciò ha anche conferito un carattere particolare al disco, considerando anche la scelta di proporre immediatamente dei miei brani originali.Un disco, in realtà, fortemente connotato dalla presenza di brani di Enrico Rava. Non è stato solo un omaggio didascalico, abbiamo aggiunto sui suoi brani dei testi originali di Marina Tiezzi: un lavoro che è stato molto apprezzato da Rava. Abbiamo inoltre affiancato dei brani dalla melodia tipicamente europea, anche con uno sguardo alla world music, affiancandoci appunto anche dei miei brani originali.

Un’altra svolta è stata la collaborazione con Marcella Carboni, conosciuta grazie a Paolo Fresu, suonatrice di un particolare tipo di arpa, l’elettroacustica. Ci siamo praticamente inventate un nostro suono, per questo progetto di duo, credo, senza precedenti. Non esiste una letteratura discografica che attesti un precedente. In questo modo ho scoperto l’elettronica, non in quanto musica elettronica, ma come differenti possibilità offerte dalla tecnologia. Sebbene il disco sia di tanti anni fa (Nuance, nel 2011), è tuttora richiesto in molte situazioni, abbiamo girato in tutto il mondo, dal Sud America all’Asia. Chiaramente, un progetto del genere ti consente di esplorare possibilità precluse a un quartetto jazz convenzionale. Con Marcella Carboni andremo tra poco in tour in Cina e vorremmo realizzare un nuovo progetto. Ricerca di nuove sonorità, di nuove declinazioni della voce e improvvisazione sono i fondamenti di questo progetto, nel quale, essendo solo due elementi, siamo molto esposte davanti al pubblico.

Abbiamo, per questo progetto, avuto anche alcuni ospiti, tra cui Javier GirottoAldo Bassi e Paolo Fresu, che ci ha invitato a suonare nel suo Nuoro Jazz Festival.

 

Qual è il tuo rapporto con l’Alexanderplatz?

Sono cresciuta all’Alexanderplatz, era mia abitudine andare molto spesso al locale perché la musica era sempre di alta qualità. Devo dire che in quel locale, grazie alla famiglia Rubei, è cresciuta una generazione di musicisti. C’è sempre stata l’attenzione di confrontarsi con i musicisti e creare anche nuove collaborazioni. In particolare, Eugenio con me è stato molto attento, mi ha dato la possibilità di sperimentare nuovi progetti e comprendere la direzione da prendere. Eugenio mi ha sempre sostenuto nello scegliere dei progetti coraggiosi. Devo proprio ringraziarlo per un progetto dedicato alla beat generation. Mi ricordo quando gli presentai la forma in nuce del mio omaggio a Fernanda Pivano, The Beat goes on.

Siccome Eugenio aveva ospitato più volte Gregory Corso, grande amico e sodale della Pivano, fu molto colpito da questa coincidenza e grazie anche ai suoi consigli il progetto si è evoluto moltissimo.

 

Fernanda Pivano è stata colei che ha portato in Italia la letteratura beatnik, oltre alle prime traduzioni di Dylan, e senza dubbio ha contribuito anche al mito del jazz nel nostro paese.

Fernanda Pivano è stata un personaggio chiave di quel momento culturale straordinario dal quale purtroppo ci siamo allontanati. Lei è stata portavoce di quel sogno di libertà di cui noi siamo tutti figli. Per questo omaggio ho scelto cinque poeti rappresentativi della stagione beatnik, KerouacBurroughsCorsoGinsberg e Ferlinghetti, campionando proprio le loro voci e coniugandole a una musica jazz, resa in un certo senso “acida” grazie a diversi effetti, per restituire l’atmosfera urbana della loro ispirazione.

 

Del resto, gli autori beat vivevano una sorta di simbiosi artistica con i grandi del bebop. simbiosi bebop/beatnik

Nel disco infatti sono presenti le mie versioni di Requiem for Charlie Parker di Corso e di For Miles di Ginsberg. Questo disco mi ha fatto vincere un premio molto importante. Sono felicissima che questo sforzo creativo sia stato accolto così bene, addirittura siamo stati invitati in India. E tutto questo è partito dall’Alexanderplatz. Eugenio mi è sempre stato vicino, mi ha sempre sostenuto, sono quindi felice che il locale abbia riaperto e che possa tornarci a suonare.

Che cosa suonerai venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz?

Proporrò un repertorio intermedio, poiché ripresenterò alcuni dei miei brani ma in una veste nuova. Suonerò in quartetto, in una formazione classica, quindi il pubblico avrà, credo, piacere di ascoltare una musica, un linguaggio che già conosce. Comunque, sarà una serata di jazz contemporaneo, in cui proporremo anche nuovi standard, alcuni anche di autori non strettamente di jazz.

 

Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Sto lavorando al progetto di un duo vocale assolutamente inedito con Alessandro Contini, un progetto a cui tengo molto in fase ancora di grande sperimentazione.

Jazzitalia, Comunitato TopJazz

Top Jazz 2014
I vincitori del referendum di Musica Jazz

Dopo il ripristino delle classiche nove categorie che premiano dischi, musicisti, gruppi e nuovi talenti del jazz italiano e internazionale più la miglior ristampa, il referendum della critica indetto da Musica Jazz si ripresenta al consueto appuntamento di fine anno ma, questa volta, con un mese d’anticipo e un premio in più.

La nuova edizione del Top Jazz inaugura così il settantunesimo anno di vita di Musica Jazz, il più autorevole mensile di jazz del nostro Paese, una delle riviste più longeve d’Italia che dal 1945 è fedele compagna degli appassionati di jazz e la più antica al mondo a essere ancora presente in edicola dopo Down Beat.

Ecco quindi i nomi dei vincitori del Top Jazz 2014 per il jazz italiano:

DISCO DELL’ANNO
(premio Arrigo Polillo)
«Joy In Spite Of Everything» (ECM)
Stefano Bollani

MUSICISTA DELL’ANNO
(premio Pino Candini)
Franco D’Andrea

FORMAZIONE DELL’ANNO
Franco D’Andrea Sextet

MIGLIOR NUOVO TALENTO
(premio Gian Mario Maletto)
Elisabetta Antonini

UNA VITA PER IL JAZZ
(premio Gian Carlo Testoni)
Enrico Pieranunzi

Franco D’Andrea, grande maestro del jazz, conquista ancora una volta la vetta delle classifiche, sia come musicista dell’anno sia come leader del miglior gruppo italiano, quel sestetto che da tempo suscita su disco e dal vivo l’ammirazione del pubblico.

Stefano Bollani
, la cui popolarità, anche all’esterno del mercato del jazz, sembra non conoscere confini, ottiene il premio Arrigo Polillo per il disco dell’anno grazie alla riuscita collaborazione con due grossi calibri statunitensi come Mark Turner e Bill Frisell che si inseriscono a meraviglia nel cosiddetto Danish Trio completato da Jesper Bodilsen e Morten Lund.

Elisabetta Antonini
 ha invece conseguito l’ambita vittoria nella categoria riservata al miglior nuovo talento, da quest’anno associata al nome dell’indimenticabile Gian Mario Maletto. Elisabetta è una cantante da tempo già nota agli appassionati ma della quale si sentirà parlare molto nei prossimi mesi.

Da quest’anno, in ricordo del suo fondatore Gian Carlo Testoni, Musica Jazz dedicherà il premio speciale Una vita per il jazz alle grandi eccellenze del jazz italiano. Per il 2014 la redazione ha scelto Enrico Pieranunzi, uno dei più importanti pianisti in attività e che non ha bisogno di presentazioni.

Per festeggiare al meglio i vincitori del referendum, come da ormai consolidata tradizione, Musica Jazz dà appuntamento al suo pubblico al concerto che si terrà l’1 gennaio 2015 alle ore 21.30 presso il Teatro Mancinelli di Orvieto, a chiusura di Umbria Jazz Winter con la cui preziosa collaborazione sarà realizzato. In tale circostanza avrà luogo la premiazione ufficiale dei vincitori nelle categorie riservate al jazz italiano.

Il concerto del Top Jazz 2014 vedrà la partecipazione di Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi ed Elisabetta Antonini più alcuni ospiti speciali.

Sul numero di dicembre 2014 sono pubblicati i vincitori di tutte le categorie sia per il jazz italiano sia per quello internazionale, mentre, come d’uso, le classifiche generali potranno essere consultate sul numero di gennaio.

I vincitori del referendum, italiani e internazionali, potranno essere ascoltati nel compact disc fuori commercio dedicato al Top Jazz 2014 comprendente anche brani inediti, prodotto con la collaborazione di musicisti e case discografiche e allegato a Musica Jazz di gennaio 2015.

Rivista Donna

Elisabetta Antonini: il jazz è la mia evoluzione e rivoluzione personale

2 Maggio 2016 Rivista Donna

Elisabetta Antonini è cantante e band leader, arrangiatrice e compositrice, studia vocalità jazz, approfondisce lo stile e il linguaggio jazzistico negli Stati Uniti e in Italia con le figure di maggior spicco internazionale. Premiata dalla critica nel referendum annuale indetto dalla rivista Musica Jazz, vince il Top Jazz 2014 come Miglior Nuovo Talento e si posiziona al quarto posto come Miglior Album Dell’Anno. Prima artista italiana a firmare con la prestigiosa etichetta inglese Candid, prodotta dallo storico discografico Alan Bates, intraprende un’intensa attività concertistica che la porta a collaborare con nomi come Paul McCandless, Kenny Wheeler, Enrico Pieranunzi, Paolo Damiani, Vassilis Tsabropoulos, Javier Girotto, Paolo Fresu. Il jazz è entrato nella sua vita improvvisamente e, come un grande amore ha sconvolto la sua esistenza. Ha un legame speciale con la Sardegna, sia per le sue origini, sia per una bella esperienza che l’ha vista insegnante per ben nove anni a Nuoro al Jazz, il Festival/Workshop organizzato da Paolo Fresu. Anni in cui si è legata alla Sardegna in modo speciale e ha avuto l’occasione di coltivare amicizie profonde e forti collaborazioni, non ultima quella con l’arpista jazz Marcella Carboni con cui condivide il progetto Nuance che porta in tutto il mondo dal 2009.

RivistaDonna l’ha incontrata per voi…

 

Elisabetta, quando hai capito di voler diventare una cantante Jazz?

Il jazz è entrato nella mia vita improvvisamente, per caso, studiando canto durante il periodo universitario, e come un grande amore ha cambiato tutto, sconvolgendo le mie abitudini, portandomi nuovi amici, luoghi e serate, un mondo completamente diverso da quello al quale appartenevo. Eppure scegliere di essere cantante jazz come mestiere non è stato immediato, anzi, ha richiesto anni di gestazione e la scelta di abbandonare un’altra strada professionale, che oggi senza rimpianti guardo con tenerezza. Anzichè scegliere di diventare cantante, però, sono sicura di aver scelto innanzitutto di essere jazzista, e di vivere il jazz come il mezzo attraverso il quale compiere la mia evoluzione e rivoluzione personale.

 

La tua formazione e l’esperienza negli Stati Uniti. Cosa ricordi di quegli anni?

New York è la mecca del jazz e, con ogni probabilità, la culla di ogni nuova tendenza musicale. Quello che ricordo è che ho vissuto quel periodo in uno stato di costante esaltazione per tutti gli stimoli che ricevevo anche solo osservando le persone per strada, artisti e non, tutti determinati a realizzare il proprio sogno. Ho imparato molto dal loro adagio “volere è potere”, e ritornando in Italia ho messo nella mia valigia un po’ di quella concretezza e di quella folle onnipotenza tutta americana.

 

La prima volta sul palco che emozioni…

L’emozione che si prova sul palco è il momento più alto e significativo della vita di un artista, che ripaga delle ore passate a studiare nel cercare se stessi attraverso la musica. Il magnetismo che si crea con il pubblico, la comunicazione profonda ma invisibile con i musicisti, la totale esposizione di se nel mostrarsi e raccontarsi, senza filtri, attraverso le canzoni, non finiranno mai di emozionare, neanche dopo anni di esperienza. La mia prima volta è stato da molto piccola e ricordo un’emozione soverchiante che con molta probabilità non mi ha aiutato a dare il meglio. Nonostante la mia timidezza sentivo già un po’ mio però quel modo di farmi ascoltare dalle persone e di suscitare emozioni attraverso la voce.

 

Hai vinto il premio Top Jazz 2014. Cosa rappresenta per te questo premio?

Il premio che ho vinto è stato grazie al mio progetto The Beat Goes On, un omaggio ai poeti americani come Kerouac e Ginsberg, noti come la Beat Generation, un lavoro di ispirazione letteraria che utilizza il jazz e le sue contaminazioni come colonna sonora di un viaggio immaginario nell’America giovanile, anticonvenzionale e controculturale degli anni ’50. È incredibile che i giornalisti e la critica di settore abbiano voluto votare me come Migliore Talento e questo progetto come quarto Miglior Disco dell’Anno, nonostante io sia una specie di outsider, poco vicina al jazz tradizionale e lontana dal virtuosismo vocale. Sono felice per questo cambio di rotta e per il significato che questo premio ha per tutte le cantanti che come me cercano di essere innanzitutto musiciste. Il premio è e rimarrà un riconoscimento importantissimo nei confronti di ciò che ho sempre creduto importante nel mio intento di fare musica: trovare la propria “voce”.

 

Essere una donna nel tuo lavoro rappresenta un vantaggio o un ostacolo per la carriera?

Mi fanno spesso questa domanda ed è difficile dare una risposta senza mettersi nei guai. Posso dire che i problemi nascono non tanto per il fatto di essere donna, ma donna cantante e, ancora di più, musicista e meno vicina al clichè tradizionale del cantante entertainer. La voce crea delle aspettative nell’immaginario collettivo, e se non c’è corrispondenza, possono nascere notevoli difficoltà e emergere strade sbarrate. Diverso è il destino delle donne strumentiste che a volte fanno carriere meravigliose proprio perché sono così rare. Tuttavia, la musica al femminile, suonata o cantata, tranne qualche eccezione, viene presa meno sul serio, e se anche trova una sua collocazione, è sempre considerata meno interessante e meno di valore di quella eseguita dai nostri colleghi. Tutto ciò ha una ragione storica e socioculturale, perciò man mano che sempre più brave musiciste aumenteranno la quota rosa nel mondo del jazz, assisteremo ad un miglioramento.

 

“The Beat Goes On”, voci, atmosfere, un omaggio alla Beat Generation in cui ogni brano è firmato cantato e arrangiato da te. Come è nata l’idea di questo progetto?

Il progetto così pensato nasce in seno ad una serata dedicata a Fernanda Pivano, organizzata dall’Associazione Muovileidee per la Rassegna Da donne a Donna. La Pivano è stata traduttrice e ancora di più amica e confidente dei Beat. Ha sposato il senso di libertà, di parola, di costume, di pensiero dei poeti Beat, ha condiviso la loro lotta contro la sopraffazione, l’ipocrisia, la logica del profitto. Grazie a questa grande figura della cultura italiana, ho recuperato un patrimonio poetico e letterario ricco di significato ancora oggi, scoprendo peraltro che i Beat erano appassionati di jazz e grandi frequentatori non solo degli ambienti underground dei musicisti, ma dediti a reading letterari in cui si facevano accompagnare da musicisti jazz. Così è emersa forte l’idea di volermi dedicare ad un concept album che raccontasse il mondo della Beat Generation attraverso i miei occhi, ed è cominciato un periodo di grande fermento e creatività, di immersione totale nel mondo Beat per poter scrivere le canzoni sulle loro poesie.

 

Se la musica jazz fosse un colore sarebbe…

A Kind of Blue, una specie di blu, per citare il titolo del famoso album di Miles Davis, icona del jazz. Un colore pieno di mistero, caldo e avvolgente, profondo e intenso.

 

Sarai tra i protagonisti a Cagliari di Forma e poesia nel Jazz. Cosa provi a portare i tuoi brani nella nostra isola?

Ho un legame speciale con la Sardegna, sia per via delle mie origini, sia per una bella esperienza che ho avuto modo di fare insegnando per ben nove anni a Nuoro Jazz, il Festival/Workshop organizzato al tempo da Paolo Fresu. Paolo è un grande catalizzatore e divulgatore della cultura sarda, ha un bellissimo modo di attirare musicisti, appassionati o semplici curiosi che affollano in massa le sue iniziative e di proporre modalità stimolanti e originali per far conoscere la ricchezza della tradizione musicale Sarda. Quegli anni di seminario sono stati molti coinvolgenti per me e mi hanno fatto affezionare alla Sardegna in modo speciale, mi hanno dato l’occasione di intessere amicizie profonde e forti collaborazioni, non ultima quella con l’arpista jazz Marcella Carboni con cui condivido il progetto Nuance che portiamo in tutto il mondo dal 2009.

L’invito al Festival Forma e Poesia mi onora profondamente sia per l’ottima direzione artistica che ne fa da sempre Nicola Spiga, sia perché il pubblico sardo è un pubblico colto, che ama la musica anche quando non è addetto ai lavori. Ci sono quindi delle ottime premesse per la presentazione di questo mio progetto e molta curiosità da parte mia.

 

Tornerai in Sardegna?

Mi auguro di tornare presto, ma senza dubbio avrò l’occasione nel futuro prossimo di presentare un nuovo disco del progetto Arpa&Voce Nuance sul quale stiamo lavorando con l’arpista jazz cagliaritana Marcella Carboni.

 

Progetti futuri?

Al momento è appena uscito “AH!” con l’ensemble Pollock Project, di e con Marco Testoni e Simone Salza, un progetto multimediale che coniuga arti visive, minimalismo e improvvisazione utilizzando la voce e l’elettronica, sassofono e clarinetto e caisa drums, una percussione poco conosciuta ma dal colore suggestivo. Stiamo partendo con la promozione di questo disco che ci vedrà presentarlo in varie città italiane in attesa di portarlo all’estero.

 

http://www.rivistadonna.com/wp/2016/05/02/elisabetta-antonini-il-jazz-e-la-mia-evoluzione-e-rivoluzione-personale/

Intervista con Elisabetta Antonini di Vincenzo Fugaldi per Jazzitalia

Artisti non ci si improvvisa, lo si diventa dopo anni di studio, di pratica, di totale impegno. È questa la lezione che si evince dalla tua biografia artistica, Elisabetta. Lo confermi?
Diciamo che artisti si cerca di essere… è una ricerca che dura tutta una vita, e forse non ci si arriva mai. Esprimersi in modo artistico significa riuscire a condensare qualcosa di originale in un linguaggio accessibile agli altri ed emotivamente percepibile. È un obiettivo bellissimo e lontano, che però io mi sono posta. Oggi più che artista mi ritengo appassionata, il mio studio dura da anni e penso non finirà mai, e quello che mi motiva di più è proprio l’amore per la musica in genere e per il jazz in particolare, un universo così articolato e complesso, inesauribile. Lo studio è come un allenamento atletico, perché bisogna conoscere il proprio strumento ed esercitarlo, ma non è solo legato alla specificità dello strumento e della tecnica. Significa anche fare un certo tipo di vita, cercare un equilibrio, avere uno sguardo curioso verso il mondo, abitudini che ti permettano di fare questo lavoro per anni – perché è logorante, consuma – e mantenerti sempre motivato. Significa riuscire a prendere dalle persone che incontri, dai dischi che ascolti, qualcosa da elaborare per un progetto, da portare all’interno di una collaborazione, una sfida sempre aperta. Oggi un cantante non può permettersi di studiare solo la voce, deve conoscere la musica e almeno uno strumento, perché questo gli permette di comunicare con i musicisti, avere credibilità, essere originale. In sostanza deve arrangiare, comporre, costruire la propria proposta. Qualcuno si astiene, probabilmente non ha l’ambizione di scrivere la propria musica, ma in ogni caso c’è tanta ricerca dietro, anche quando si è solo interpreti.

 

Una delle caratteristiche della tua vocalità è la raffinatezza, il gusto. Qual è secondo te il segreto di questa qualità, è innata o la si può acquisire?
Secondo me è un po’ come avere gli occhi azzurri o gli occhi blu. C’è chi tira fuori l’energia con un modo di vivere la musica molto sanguigno, molto viscerale. C’è chi tira fuori il virtuosismo, perché ha delle capacità straordinarie. E c’è invece chi si esprime meglio attraverso la capacità compositiva. Il fatto di cercare un certo tipo di estetica curata, in cui ritrovare un certo gusto, equilibrio, raffinatezza, è qualcosa che in parte si ha e in parte si vuole. Io della musica apprezzo proprio la raffinatezza, il gusto. Potrei elencarti decine di musicisti, ma alla fine quello che mi affascina è proprio il loro gusto. L’elemento tecnico è importante, ma prediligo l’artista che riesce a essere personale e avere un suo carattere senza aggressività, con equilibrio ed eleganza.

Due cantanti italiane hanno giocato un ruolo fondamentale nella tua formazione, Cinzia Spata e Maria Pia De Vito. Vuoi soffermarti sui loro apporti alla tua crescita artistica?
Sono contenta di questa domanda. Cinzia è un’insegnante appassionata, la prima persona che mi ha fatto capire che la musica poteva essere una cosa molto seria, un lavoro importante che si sceglie di fare impegnandosi, con metodo. Mi ha fatto comprendere che potevo tirare fuori tantissimo dalle mie prime esperienze di studio. Ha saputo farmi intravedere una strada possibile che perseguita con serietà e con grande determinazione poteva portarmi lontano. Lei stessa, come modello musicale, è stata fondamentale, perché faceva e ascoltava un tipo di jazz che ha dato un’impronta al mio gusto, anche se ritengo di fare cose molto diverse da lei. In quel periodo Cinzia suonava un jazz moderno che andava da una fusion raffinata alla Oregon, a cose più afroamericane; riusciva a trovare sempre brani originalissimi di compositori come Kenny Wheeler, per fare un nome. Un jazz europeo contaminato con atmosfere fusion, e sempre con bravi musicisti. Quando ho cominciato a studiare con lei, circa diciassette anni fa, a Roma c’erano molti concerti, quindi ho avuto l’opportunità di conoscere una vastità di repertorio jazzistico che forse se avessi studiato con qualcun altro non avrei potuto accostare. Cinzia e Maria Pia sono state importanti anche per il loro esempio artistico, gli stimoli che mi hanno dato, il fatto che erano considerate delle musiciste e avevano un rapporto con gli altri musicisti molto serio, di grande leadership, e conoscevano bene la musica. Tutto questo ha fatto nascere una generazione di cantanti dalla preparazione più ampia. Grazie a Cinzia ho ascoltato anche dischi meravigliosi, e frequentato seminari con docenti americani, una cosa che prima non si era fatta mai. Ho frequentate le due insegnanti in momenti diversi, e in entrambi ero molto ricettiva, mentre in altri periodi ho dovuto trascurare lo studio della musica per seguire l’università. Quando poi ho ripreso, proprio con Maria Pia, è stato di nuovo il momento dell’impegno, del massimo studio. Entrambe sono molto esigenti, ti confrontano con i tuoi limiti, e questo è utile. La differenza è che mentre Cinzia è un po’ “chioccia”, per cui vuole che si stabilisca un rapporto diciamo di benevola subordinazione, Maria Pia richiede che cammini con le tue gambe fin da subito, e quindi punta molto sul fatto di sviluppare la tua personalità, la tua specificità, il tuo suono, il tuo repertorio. In questo ovviamente ti lascia da sola, non può essere lei ad aiutarti a scegliere i pezzi, devi sceglierli da te. Però in tutto quello che è avvenuto prima mi ha dato tantissimo, sono stata forse una delle ultime allieve a fare un percorso didattico individuale con lei, che poi ha smesso di insegnare individualmente e si limita a tenere i seminari e insegnare al Conservatorio. Maria Pia è un esempio, in tutti questi anni ha realizzato tanti dischi uno diverso dall’altro, è un’artista in continua ricerca, che ha colto delle sfide incredibili riuscendo sempre a tirare fuori qualcosa di valido, e anche quando si impegna in un progetto che non abbraccio completamente, non posso che apprezzare comunque la qualità di ciò che fa, la coerenza con cui si sceglie i collaboratori, la sua capacità di andare sempre in direzioni nuove, di darsi dei nuovi orizzonti, con organici sorprendenti e musicisti del livello di John Taylor e Ralph Towner. Maria Pia poi è stata generosissima con me, perché ci siamo sempre tenute in contatto, e a un certo punto mi ha invitato a insegnare con lei a Nuoro Jazz, un seminario che avevo frequentato anni prima da allieva. Così dal 2005 a oggi mi trovo al suo fianco in questa esperienza importante, con Paolo Fresu, Bruno Tommaso e tanti altri. Per me è stato un grande riconoscimento.

Nel jazz italiano e internazionale quali sono stati, e sono, i tuoi riferimenti?
Passo da fasi in cui amo le cose più tradizionali ad altre. Quando studiavo con Cinzia, come dicevo prima, ho conosciuto attraverso lei il jazz europeo, tutto il versante Ecm, in un periodo in cui non era semplicissimo trovare i dischi, e andavo a casa degli amici per registrarli. Così ho ascoltato Kenny Wheeler, Norma Winstone, quel jazz europeo che è stata una scuola fondamentale. A me piace comunque il minimalismo, anche in musica contemporanea, lo si sente dai miei dischi, con organici ridotti, arpa e voce, o un trio senza batteria. Poi ascolto anche jazz americano, sempre in casa Ecm, con quel tipo di estetica, come ad esempio un bellissimo concerto del trio di Tord Gustavsen a Locri. Grazie a Cinzia ho conosciuto la tradizione sia vocale che strumentale: ci ha fatto ascoltare sin da subito il jazz strumentale, che molti non conoscevano, perché i cantanti spesso ascoltano solo altri cantanti. Forse la cantante che prendo come riferimento, che ho ascoltato tantissimo e che incontra il mio gusto e trovo veramente impareggiabile è Carmen Mcrae. Tra tutte, nonostante io abbia ascoltato a lungo Ella Fitzgerald, è quella che in assoluto mi tocca di più. Poi ovviamente Betty Carter… Con Maria Pia, che faceva tutte quelle cose particolari, eclettiche, ho poi cominciato ad apprezzare il versante fusion-mediterraneo, quindi tutta la produzione Egea, che trovo ancora oggi veramente illuminante.

Sei affascinata solo dal jazz, o anche da altre musiche?
Sicuramente mi affascinano tante altre musiche. Non sono, e me ne dispiace, una conoscitrice della world music, ma penso che sarà una di quelle cose che molto presto dovrò ascoltare. Quella che cerco di ascoltare più spesso che posso è la musica del Novecento, che mi piace tantissimo. Ciò che prediligo dopo il jazz è la musica da Debussy in poi, conosco anche l’Ottocento ma purtroppo poco quello che viene prima, anche del repertorio cantato, liederistico, operistico, barocco, perché non ho una formazione classica, e quindi sto cominciando solo adesso ad avvicinarmi. Però in generale di quel mondo preferisco la musica non cantata.

Facciamo una breve panoramica sulla tua discografia, in particolare su «Un minuto dopo» (Dodicilune, 2009), «Women Next Door» (2011) e «Nuance» (Blue Serge, 2011).
Il primo è costruito intorno alle composizioni di Enrico Rava, che avrebbe dovuto partecipare al disco ma non era disponibile per la registrazione, ma mi ha molto incoraggiata. Inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Certi angoli segreti. Per la presenza di Paul McCandless, il taglio delle musiche invece è stato più cameristico rispetto allo sviluppo che avrebbe avuto in presenza di Rava. Il secondo non lo considero un disco, ma più che altro un biglietto da visita; viene da un amore per un certo tipo di jazz anni Cinquanta, legato soprattutto alla sonorità di George Shearing, che aveva un quintetto senza batteria e con il vibrafono, e di Nat King Cole. Ho trascritto degli arrangiamenti originali che lo stesso Shearing aveva fatto di alcuni standard riadattando per un piccolo gruppo arrangiamenti storici di Ellington e di altri. È un omaggio a una tradizione e alla sonorità di quel periodo, un jazz poco afroamericano, ma molto ben confezionato, con brani equilibratissimi, e con delle intro meravigliose. Shearing e Cole avevano un’articolazione basata sul gusto, che non puntava sul solismo, anche se le improvvisazioni erano eccezionali, ma c’era un grande lavoro sul progetto, sull’elemento architettonico della musica. Pur amando l’improvvisazione, il free o le cose poco confezionate non mi interessano. Un’altra cosa da dire di questo disco è che è composto tutto da donne (tranne il vibrafonista), da cui il titolo. «Nuance» invece nasce perché l’arpista Marcella Carboni mi ha chiamato per dirmi che avrebbe suonato a Nuoro Jazz, dove insegnavo, e mi ha proposto di fare una serata insieme. L’arpa è uno strumento ambivalente, da una parte affascinante, con questo suono bellissimo, avvolgente, magico, ma non è di uno strumento di immediato impiego nel jazz. Bisogna ricrearsi tutto, e quindi ci siamo costruite ogni brano, dopo una accurata selezione. Da parte mia c’è stata una serie di proposte, e da parte di Marcella la pazienza di rielaborarle per lo strumento, poi abbiamo lavorato insieme per confezionarle. Abbiamo pensato che poteva essere interessante usare una loop station. Nel tempo siamo poi rimaste legate a una serie di brani che facciamo sempre, e poi via via abbiamo arricchito il repertorio. Nel disco ci sono cose che raramente facciamo dal vivo, perché ci piace tirar fuori anche altri colori del duo che sul disco non abbiamo messo. Ed è un progetto che vede come ospite Javier Girotto, che dà un ottimo apporto al nostro piccolo organico.

Sei un’affermata didatta di canto jazz. Come concepisci – non ti chiedo di svelarci i tuoi segreti – la didattica del jazz?
Non ho alcun segreto… Il jazz è una musica piuttosto impalpabile, quindi nella didattica ognuno sceglie la propria direzione. Io ho avuto l’impostazione di Cinzia che è una persona molto strutturata e precisa, e quindi sono un’insegnante esigente, ma generosa. Lavoro moltissimo sul repertorio e sull’improvvisazione. Sono meno interessata a un lavoro tecnico sulla voce, semplicemente perché sento che quello che io posso dare di più è sull’altro versante. La didattica è una cosa molto appassionante, che prende tante energie ma dà anche tanti stimoli e soddisfazioni. È un grande impegno con sé stessi che obbliga a studiare sempre, una costante chiamata all’aggiornamento e al rigore. Quindi io continuo a studiare, passo dei periodi in cui studio con gli allievi le cose che insegno. La didattica mi aiuta a crescere.

La tua attività ti lascia tempo per fare anche altro? Quali sono i tuoi interessi al di là della musica?
Tanti. Una delle cose che amo di più è sicuramente il cinema, Truffaut è uno dei miei registi preferiti. Quel mondo, quel tipo di linguaggio mi ha affascinato tantissimo, riuscire a capire la prospettiva di un regista, l’estetica, il senso, i metasignificati. Le questioni tecniche mi affascinano tantissimo. Mi piace molto anche il dietro le quinte. Ricevo molto spesso in regalo biografie di registi, Bergman, Truffaut, Allen. E mi piace anche tutto il filone del cinema d’essai, da Aki Kaurismaki con le sue ambientazioni nordeuropee, e i musical degli anni Quaranta e Cinquanta. E poi amo prendermi i miei spazi, stare in mezzo alla natura e fare grandi passeggiate in montagna, e rivedere i film che conosco a memoria (è una cosa che faccio puntualmente, è come riassaggiare un sapore).

http://www.jazzitalia.net/articoli/Int_ElisabettaAntonini.asp#.XJtvxLvsbIU

Vittorio per Music Zoom

La Beat Generation e l´Italia, è un connubio che continua dalla fine degli anni cinquanta, quando la traduttrice e scrittrice Fernanda Pivano fece conoscere le opere tradotte di quei personaggi come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti che rifiutavano il sogno americano, dei drop outs alle presi con i soliti problemi di alcolismo (e va ricordata assolutamente l´intervista della Pivano a Kerouac, visibilmente con la testa da un´altra parte) e personali. Una generazione che trovò il successo, non solo in patria, anni avanti rispetto a quella che era l´America alle prese con la guerra fredda. Romanzi come On the Road di Kerouac, oppure la poesia Howl di Allen Ginsberg fanno ormai parte del programma di chi studia inglese e qui sono ovviamente tra i titoli con delle recitazioni degli autori stessi sovrapposte alla musica. Ci sono Kerouac in Cookin’ at the Continental, Allen in Howl ed ancora Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, perfettamente amalgamati fra musiche che si ispirano al jazz più classico, come il brano di apertura e c’è la splendida performance di Elisabetta Antonini e del gruppo sul brano di Thelonious Monk Well You Needn’t, ma c´è anche il jazz della New York contemporanea, con atmosfere più aggressive e moderne, ad esempio LSD, oppure atmosfere dolci e accattivanti quando la leader canta versi tratti da On the Road. Molto bella è la versione di Blowin´ in the Wind di Bob Dylan che diventa un jazz raffinato, un clarinetto liquido che accompagna la cantante in sottofondo e che sottolinea i versi è un´affermazione perentoria della classe esecutiva dei musicisti alle prese sì con del materiale della tradizione americana, ma ivi perfettamente a loro agio, personali nel modo in cui la rielaborano così che ne risultata un omaggio che ha tutti i numeri per restare fra i dischi più interessanti del catalogo Candid, la storica casa discografica che ha pubblicato nel passato alcune fra le opere più significative di Mingus e Max Roach. Accanto a Elisabetta Antonini ci sono Luca Mannutza al pianoforte, Paolino dalla Porta al contrabasso e Marcello Leonardi alla batteria. L´ospite Francesco Bearzattiarricchisce alcuni brani con i suoi pertinenti assoli al sax tenore ed al clarinetto.

Elisabetta Antonini torna all'Alexanderplatz di Adriano Ercolani

Elisabetta Antonini è una delle più raffinate interpreti del jazz italiano, la cui prestigiosa carriera parla da sola; prima artista italiana a firmare con l’etichetta inglese Candid, premiata dalla critica nel referendum annuale di Musica JazzTop Jazz come Migliore Talento nel 2014, ha collaborato con nomi di grande rilevanza (da Paolo Fresu a Kenny Wheeler, da Enrico Pieranunzi a Vassilis Tsabropoulos e altri che affronteremo nelle righe successive), si è esibita nei principali festival jazz di tutto il mondo,

L’abbiamo intervistata in occasione del suo prossimo concerto di Venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz.

 

Quali sono state le collaborazioni cruciali della tua carriera?

Non è facile rispondere. Se devo pensare a chi mi ha ispirato, sicuramente, mi sono sempre rivolta ad interpreti con un approccio creativo al jazz, molto personale. Sono riuscita ad affinare questa sensibilità e ad approfondire lo studio di questo ambito d’interesse, senza dubbio, grazie alla frequentazione di Maria Pia De Vito, un’artista di grande valore in questo senso. Nella fase di studio, attraverso di lei ho conosciuto una serie di artisti che mi hanno profondamente illuminato sull’idea di musica che volevo realizzare, la ricerca di una musica originale, sia nel caso di mie composizioni ma anche in quello di reintepretazioni di brani altrui. Questa è la strada che ho scelto. Il mio primo lavoro registrato è stato molto particolare, frutto di una lunghissima collaborazione con Alessandro Gwis, noto come pianista degli Aires Tango, ma che ha uno spessore tale da poter essere anche un grandissimo musicista nell’ambito dell’improvvisazione e nella fusione tra musica elettronica e musica colta. Un disco, Un Minuto Dopo, dagli arrangiamenti particolari, con pianoforte e fiati, oboe e sassofono. Ho avuto la figura del grande Paul McCandless degli Oregon all’oboe e Gabriele Coen al sassofono. Gwis ha sigillato questo progetto, già di stampo europeo, con un lirismo più italiano che americano, tutta una serie di suggestioni e colori tipicamente europee.

Con Alessandro abbiamo accumulato una straordinaria esperienza dal vivo e ciò ha anche conferito un carattere particolare al disco, considerando anche la scelta di proporre immediatamente dei miei brani originali.Un disco, in realtà, fortemente connotato dalla presenza di brani di Enrico Rava. Non è stato solo un omaggio didascalico, abbiamo aggiunto sui suoi brani dei testi originali di Marina Tiezzi: un lavoro che è stato molto apprezzato da Rava. Abbiamo inoltre affiancato dei brani dalla melodia tipicamente europea, anche con uno sguardo alla world music, affiancandoci appunto anche dei miei brani originali.

Un’altra svolta è stata la collaborazione con Marcella Carboni, conosciuta grazie a Paolo Fresu, suonatrice di un particolare tipo di arpa, l’elettroacustica. Ci siamo praticamente inventate un nostro suono, per questo progetto di duo, credo, senza precedenti. Non esiste una letteratura discografica che attesti un precedente. In questo modo ho scoperto l’elettronica, non in quanto musica elettronica, ma come differenti possibilità offerte dalla tecnologia. Sebbene il disco sia di tanti anni fa (Nuance, nel 2011), è tuttora richiesto in molte situazioni, abbiamo girato in tutto il mondo, dal Sud America all’Asia. Chiaramente, un progetto del genere ti consente di esplorare possibilità precluse a un quartetto jazz convenzionale. Con Marcella Carboni andremo tra poco in tour in Cina e vorremmo realizzare un nuovo progetto. Ricerca di nuove sonorità, di nuove declinazioni della voce e improvvisazione sono i fondamenti di questo progetto, nel quale, essendo solo due elementi, siamo molto esposte davanti al pubblico.

Abbiamo, per questo progetto, avuto anche alcuni ospiti, tra cui Javier GirottoAldo Bassi e Paolo Fresu, che ci ha invitato a suonare nel suo Nuoro Jazz Festival.

Qual è il tuo rapporto con l’Alexanderplatz?

Sono cresciuta all’Alexanderplatz, era mia abitudine andare molto spesso al locale perché la musica era sempre di alta qualità. Devo dire che in quel locale, grazie alla famiglia Rubei, è cresciuta una generazione di musicisti. C’è sempre stata l’attenzione di confrontarsi con i musicisti e creare anche nuove collaborazioni. In particolare, Eugenio con me è stato molto attento, mi ha dato la possibilità di sperimentare nuovi progetti e comprendere la direzione da prendere. Eugenio mi ha sempre sostenuto nello scegliere dei progetti coraggiosi. Devo proprio ringraziarlo per un progetto dedicato alla beat generation. Mi ricordo quando gli presentai la forma in nuce del mio omaggio a Fernanda Pivano, The Beat goes on.

Siccome Eugenio aveva ospitato più volte Gregory Corso, grande amico e sodale della Pivano, fu molto colpito da questa coincidenza e grazie anche ai suoi consigli il progetto si è evoluto moltissimo.

 

Fernanda Pivano è stata colei che ha portato in Italia la letteratura beatnik, oltre alle prime traduzioni di Dylan, e senza dubbio ha contribuito anche al mito del jazz nel nostro paese.

Fernanda Pivano è stata un personaggio chiave di quel momento culturale straordinario dal quale purtroppo ci siamo allontanati. Lei è stata portavoce di quel sogno di libertà di cui noi siamo tutti figli. Per questo omaggio ho scelto cinque poeti rappresentativi della stagione beatnik, KerouacBurroughsCorsoGinsberg e Ferlinghetti, campionando proprio le loro voci e coniugandole a una musica jazz, resa in un certo senso “acida” grazie a diversi effetti, per restituire l’atmosfera urbana della loro ispirazione.

 

Del resto, gli autori beat vivevano una sorta di simbiosi artistica con i grandi del bebop. simbiosi bebop/beatnik

Nel disco infatti sono presenti le mie versioni di Requiem for Charlie Parker di Corso e di For Miles di Ginsberg. Questo disco mi ha fatto vincere un premio molto importante. Sono felicissima che questo sforzo creativo sia stato accolto così bene, addirittura siamo stati invitati in India. E tutto questo è partito dall’Alexanderplatz. Eugenio mi è sempre stato vicino, mi ha sempre sostenuto, sono quindi felice che il locale abbia riaperto e che possa tornarci a suonare.

 

Che cosa suonerai venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz?

Proporrò un repertorio intermedio, poiché ripresenterò alcuni dei miei brani ma in una veste nuova. Suonerò in quartetto, in una formazione classica, quindi il pubblico avrà, credo, piacere di ascoltare una musica, un linguaggio che già conosce. Comunque, sarà una serata di jazz contemporaneo, in cui proporremo anche nuovi standard, alcuni anche di autori non strettamente di jazz.

 

Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Sto lavorando al progetto di un duo vocale assolutamente inedito con Alessandro Contini, un progetto a cui tengo molto in fase ancora di grande sperimentazione.

"Come Dance With Me" all'Alexanderplatz! di Adriano Ercolani

Abbiamo già parlato in questo blog del talento di Elisabetta Antonini (QUIin occasione del suo concerto del 9 Novembre.
La raffinata inteprete tornerà all’Alexanderplatz Sabato 12 Gennaio (consuete ore 22) con un progetto completamente nuovo: Come Dance With Me in cui la cantante (anche arrangiatrice dei brani) sarò accompagnata in scena da:

Aldo Bassi, Tromba
Paolo Recchia, Sax
Luca Mannutza, Pianoforte
Francesco Puglisi, Contrabbasso
Marco Valeri, Batteria

Un progetto completamente nuovo del quale Elisabetta Antonini ci ha rivelato gli aspetti più interessanti in questa conversazione.


Com’è nato questo nuovo progetto?
Uno dei miei sogni nel cassetto è sempre stato quello di poter suonare i brani del Songbook Americano, i cosiddetti standard, con una sezione fiati oltre alla tipica ritmica di accompagnamento per immergermi nell’estetica più tipica dello swing vocale, pulsante e candido, quello che ho conosciuto per primo e che ancora mi incanta. I grandi arrangiatori come Nelson Riddle Bill May, saranno i protagonisti di questa serata che vedrà alcuni riadattamenti dei loro storici lavori, frutto delle collaborazioni discografiche con le grandi voci del jazz. E’ un piccolo regalo che mi piace concedermi anche per la gioia di poter suonare questa musica con dei professionisti di primo livello, e ringrazio per questo Eugenio Rubei che da sempre spazio alle mie idee e incoraggia le mie proposte musicali.


In cosa si distingue dai tuoi concerti precedenti?
Nei miei concerti solitamente molta della musica che eseguo è di stampo moderno o è da me composta. Le atmosfere sono dense o molto rarefatte, spesso si passa nell’ambito dello stesso brano ad episodi musicali molto contrastanti tra loro, e viene lasciato ampio spazio alla ricerca sonora, all’interplay tra i vari musicisti e all’improvvisazione, a volte anche collettiva. Con questo concerto torniamo alle atmosfere delle sale da ballo di Harlem, dove le big band suonavano temi e arrangiamenti ricchi di swing, complessi eppure lineari e la musica era pensata per danzare sebbene venisse scritta ed eseguita in modo superbo. Per questo ho scelto come nome del progetto Come Dance With Me, citando il titolo di una delle melodie che suoneremo.

Qual è l’aspetto per te, come artista, più interessante di questa collaborazione?
Ciò che mi interessa maggiormente nella mia attività artistica è pormi delle sfide e cercare sempre di inseguire il potenziale di crescita che c’è dietro ad ogni serata, ogni programma, ogni collaborazione. Qui la sfida è stata innanzitutto musicale, visto che mi sono occupata di tutti gli arrangiamenti dei fiati,  ed è stato difficile per il poco tempo che avevo a disposizione ma, devo confessarlo, immensamente gratificante e stimolante.

Quali sfide o difficoltà hai dovuto affrontare nella preparazione?
La difficoltà è stata selezionare il materiale, potendo disporre di un’infinità di registrazioni belle in egual misura, ma soprattutto adattare un materiale musicale pensato e scritto per big band perché potesse funzionare suonato in sestetto. La sfida sarà anche quella, al momento del concerto, di mantenersi stilisticamente coerenti alla natura di questo repertorio, dove il canto è apparentemente lineare ma è incredibilmente ritmico e carico di swing.


Quali nuovi progetti hai in cantiere?
Appena fatto questo concerto mi tufferò in un nuovo progetto condiviso con la contrabbassista Federica Michisanti (NdC fresca vincitrice del Top Jazz 2018 come Nuovo Talento)come, Bas(s)ic Instinct, un duo col quale ci esibiremo a metà febbraio a Napoli e più avanti anche a Roma. Poi ci sarà un concerto ad Honk Kong sempre a febbraio con Nuance Arpa&Voce Duo, grazie alla collaborazione ormai decennale con l’arpista Marcella Carboni con la quale stiamo ragionando sul nostro prossimo disco.

Una birra con... Elisabetta Antonini di Daniela Floris per JAZZDANIELS

Elisabetta Antonini, cantante, ma cantante e vocalist non basta. È anche compositrice ed arrangiatrice, musicista, in una parola! Noi la abbiamo da poco ascoltata ad Ivrea in un bel concerto con un’ altra donna nel Jazz, l’arpista Marcella Carboni. Ma sono molti i progetti di Elisabetta, tra cui il bellissimo “Women next door” tutto al femminile. Ha collaborato con musicisti di rilievo, quali Kenny Wheeler e Paul mc Candless. Ecco le sue risposte alle nostre 19 domande! D&D

Luogo di nascita:

Verona

Età:

39

Vivi a? 

Roma

Birra preferita:

sono una consumatrice assolutamente casuale… l’importante è che sia veramente fredda servita preferibilmente in vetro fino!

Vino Rosso o Bianco?

Dopo essere stata nelle colline del Chianti… vedo solo rosso!

Piatto preferito:

Patate, in tutte le salse.

Colore preferito:

Tutti amati ma preferisco circondarmi di bianco e di tutte le “nuance” (attenzione!) del rosso.

Squadra del cuore:

Terribilmente disinteressata al calcio

Il disco che ti ha fatto innamorare del Jazz:

Quando non sapevo neanche cosa fosse il jazz mi innamorai di un disco di Billie Holiday, The Lady Sings the Blues. Non sapevo da dove venisse e a quale epoca appartenesse ma mi sembrò la cosa più bella che avessi fino ad allora ascoltato. Poi arrivò tutto il resto, ma il primo disco che consumai ascoltandolo dall’inizio alla fine per settimane fu You Must Believe in Spring di Bill Evans.

Il Jazzista che più ti ha ispirato:

Impossibile identificarne uno. Uno per ogni anno di vita del jazz…

Quale musica da ascoltare oltre al Jazz?

La musica colta, classica e contemporanea, e la musica del mondo, di tutte le zone geografiche, che solo recentemente sto scoprendo e che è di una inesauribile ricchezza.

Ultimo libro letto:

Lolita di Vladimir Nabokov e Opinioni di un clown di Eric Boll… leggo in parallelo!

Libro indimenticabile:

Questa è difficile! Uno tra gli indimenticabili: Lo Straniero di Albert Camus.

Ultimo film visto:

Rivedo molto spesso i film che mi sono piaciuti. L’ultimo è Morte a Venezia di Luchino Visconti.

Film indimenticabile:

Nessun dubbio: I Quattrocento Colpi di Francois Truffaut

Città o Campagna:

La campagna c’è nel mio tempo libero ed è quello che più mi distende e ritempra, ma non potrei mai, davvero mai rinunciare a vivere in città.

Il tuo primo progetto:

Il mio primo progetto discografico è stato Un Minuto Dopo, con Alessandro Gwis, Gabriele Coen e Paul McCandless, anche se prima di quello ho avuto per anni una collaborazione con Luca Mannutza, Gianluca Renzi e Nicola Angelucci con i quali però non ho mai registrato.

Il tuo progetto attuale:

Ho diversi progetti all’attivo e uno in divenire, però quello che considero il progetto attuale e che è legato all’uscita di un disco è Nuance Arpa&Voce con Marcella Carboni.

Progetto sogno nel cassetto:

Tra i tanti, suonare una volta nella vita con Dave Liebman.